Climate economy: come l’economia proverà ad aiutare il clima

Di Emanuele Bompan, geografo, giornalista, McKibben Middlebury Fellow e Premio Giornalista per la Terra

«L’accordo di Parigi inaugura un nuovo corso dello sviluppo economico mondiale», annunciava trionfale, il 15 dicembre 2015, il ministro dell’Ambiente Galletti ad accordo raggiunto. «Nasce la climate economy».

E’ indubbio, e lo si evince anche da altri contributi di questo libro, che l’accordo di Parigi, sebbene incompleto e per certi versi non pienamente soddisfacente, ha segnato una svolta nei processi di sviluppo economico. Anzi ha dato il la per una ridefinizione della politica economica globale.

Quasi 200 paesi hanno siglato un documento che sancisce, de facto, il declino del petro-capitalismo (carbone incluso, il gas invece si salverà) e l’inizio (molto lento) di un’economia globale basata su principi di capitalismo naturale, economia circolare e sviluppo energetico fondato non più centralmente sui combustibili fossili. I tempi sono quelli della storia, quindi nessuno si aspetta una rivoluzione. Ma la trasformazione sta iniziando.

Le conseguenze dirette dell’accordo di Parigi sull’economia globale sono molteplici.

 

1) Econometria degli impatti

Innanzitutto si conferma la centralità di una metrica economica per valutare gli impatti del clima, introdotta per la prima volta con lo Stern Report nel 2007. Lo studio più recente, pubblicato il 4 aprile 2016 sul giornale Nature Climate Change, racconta che oltre 2,5 mila miliardi di dollari di assets, pari al 1,8% del totale sono a rischio qualora la temperatura aumentasse fino a 2,5°C al 2100. Una stima media. Ma i modelli predittivi mostrano che esiste una possibilità su cento che i danni possano essere realmente catastrofici: 24 mila miliardi di dollari ovvero il 16.9 per cento, degli assets finanziari globali. L’intera industria fossile oggi è stimata intorno ai 5 miliardi. Assicurazioni come AXA e Re-Munich da anni stanno analizzando con sempre maggiore attenzione i rischi potenziali del clima come elemento di distruzione dell’equilibrio economico mondiale.  Avere i numeri degli impatti reali del climate change consente dunque di avere una valutazione reale dei costi-benefici sul passaggio verso la climate economy.

 

 

2) Climate economy e investimenti

La seconda conseguenza è stata quella di aver ulteriormente accelerato gli investimenti: Secondo la International Energy Agency, perseguire gli INDC comporterà investimenti per 13.5 mila miliardi di dollari in efficienza energetica, low-carbon tech e sistemi future-proof. Questo nel solo periodo 2015-2030. Per raggiungere il target dei 2°C dovrebbero salire a 16,5 mila miliardi. Niente d’impossibile, dato che comunque in energia dovremmo spendere 68mila miliardi di dollari al 2040. La differenza è che l’Accordo di Parigi offre un significato strategico a chi investe in questa direzione. Una sorta di benedizione al mercato della green economy. Se il bicchiere per molti sembra mezzo vuoto ascoltate le parole di chi il mercato lo conosce. In una recente intervista con Amory Lovins, il fondatore del Rocky Mountain Institute ha dichiarato: «Noi abbiamo scritto un libro, Reinventare il Fuoco, che mostrava come si potesse creare un’economia americana 2,6 volte più grande  al 2050, senza usare petrolio, carbone, nucleare, triplicano l’efficienza e quintuplicando le rinnovabili. Con emissioni 86% inferiori. Pensavamo fossimo stati eccessivamente radicali. Ma se analizziamo i dati oggi del mercato delle rinnovabili e dell’economia naturale, vediamo che si è espanso più velocemente e in maniera superiore a quanto avevamo previsto. Leggendo il libro (del 2010, nda), sembra quasi avessimo scelto una posizione conservatrice! »

 

3) Tornano i carbon market

Il terzo effetto sull’economia sarà quello di creare nuovi – e controversi – meccanismi finanziari per sostenere la transizione verso un’economia low-carbon. I meccanismi flessibili, nati con l’accordo di Kyoto, i Cleand Development Mechanism (CDM) e Joint Implementation (JI), con Parigi vanno in pensione nel 2020, mentre l’ETS si avvierà verso una fase di trasformazione.

Nascerà, invece come proposto dall’Accordo di Parigi, un quadro per definire un carbon market per permettere agli stati di raggiungere i target prepositi negli INDCs (Nationally Determined Contributions. Sarà un mercato globale, con meccanismi di controllo del prezzo della commodity, in modo che tutti i paesi, sviluppati e in via di sviluppo, potranno usare il meccanismo di credito e i crediti verdi generati al fine di raggiungere gli obiettivi di riduzione nei piani nazionali (INDC).  Il sistema potrebbe, oltre creare un nuovo meccanismo, potrebbe includere anche i VER (certificati legati a mercati della CO2 volontari) e il programma REDD+, sulla riduzione di deforestazione e degradazione forestale.

Le critiche non mancano. In tanti avrebbero preferito una carbon tax, con costo fisso, e senza meccanismi complicati e poco flessibili. Il rischio denuncia la società civile, è quello di trasformare anche l’atmosfera e le foreste in un bene sempre meno pubblico.

 

4) Se 100 miliardi posson bastare

La quarta variabile è il climate cash: nell’allegato all’accordo rimane l’impegno di movimentare 100 miliardi l’anno, a partire dal 2020 per sostenere la transizione alla climate economy dei paesi meno sviluppati. Una cifra colossale, per il momento non legalmente vincolante, ma un impegno su cui i Paesi in via di sviluppo non transigono. Nel mentre altri 100 miliardi saranno attivati come start-up fund entro il 2020. «I paesi sviluppati sono obbligati a fornire risorse finanziarie e strategie di trasferimento tecnologico a tutti i paesi in via di sviluppo», ha dichiarato la portavoce del G77 più Cina (una coalizione di 134 paesi in via di sviluppo e di nuova industrializzazione), Nozipho Mxakato-Diseko, «soldi addizionali, che non siano aiuti né carità». Il gruppo donatore, dicono gli Europei e USA, dovrà però includere anche  paesi di nuova industrializzazione come la Cina e la Corea del Sud,.

Dal 2012 a oggi, nella finanza climatica sono stati movimentati 62 miliardi di dollari, sostiene un rapporto OCSE – Climate Policy Initiative, principalmente da paesi occidentali. Numeri che sarebbero in linea con l’obbiettivo dei 100 miliardi entro il 2020.

Dove finiranno questi soldi? Uno dei canali è il Green Climate Fund, altri player saranno le Banche internazionali di sviluppo, Banca Mondiale, FMI e di istituzioni ad-hoc come il GEF e REDD+. Tanti dei finanziamenti proveranno da istituzioni pubbliche e dagli Aiuti pubblici (APS). Si sta già mobilitando la nuova Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo, USAID, il braccio per lo sviluppo del dipartimento di Stato USA e altre agenzie per lo sviluppo.

IL timore dei fondi non-addizionali è reale. Molti soldi saranno presi dal budget per la cooperazione. Altri soldi arriveranno dai proventi dalle aste dei permessi di emissione, che secondo la normativa comunitaria, devono sostenere la lotta al climate change.   Quindi c’è da scommettere che il nuovo meccanismo finanziario sul carbonio globale giocherà un ruolo fondamentale per creare leverage per questo fondo da 100 miliardi. La posizione critica la riassume Alberto Zoratti, di Fariwatch. «Serve uno sforzo maggiore, non usando solo soldi già allocati per la cooperazione allo sviluppo, ma fondi nuovi e addizionali, possibilmente reindirizzando i fondi per i sussidi ai combustibili fossili e imponendo magari una carbon tax». Di sicuro i 100 miliardi diventeranno una politica di sviluppo economico all’estero per tanti paesi. «L’accordo apre nuovi scenari di crescita per il settore delle energie pulite», spiega all’autore Agostino Re Rebaudengo di Assorinnovabili. «I soldi per il fondo per il clima interesseranno partner commerciali importanti del Belpaese. Come Etiopia, Marocco, Egitto, Mozambico. Già nel 2015-2020 il governo italiano verserà 4 miliardi di euro con fondi start-up per il clima. «Questi soldi devono essere impiegati per lo sviluppo green in Africa e Sud America e rilanciare l’impresa italiana».

I mercati osservano eccitati. Non c’è niente di meglio per i dogmatici della crescita economica che la nascita di un nuovo mercato che vale migliaia di miliardi, con scala globale e forti ripercussioni finanziarie, grazie a nuove commodities da scambiare sui mercati azionari. La speranza è che questo mercato possa funzionare e realmente sostenere e affiancare il settore privato delle clean-tech e delle tecnologie future-proof. Un’impresa colossale e non priva di rischi. Ma che vale la pena seguire con attenzione, se non si vuole che si risolva come un grande affare per pochi.

By | 2016-09-07T10:05:07+00:00 settembre 7th, 2016|Approfondimenti|0 Comments

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